di SERGIO COCCIA
Sul numero di "Arredo e Design" di gennaio 2012, potrete osservare due logiche di approccio al tema dell’internazionalizzazione e della globalizzazione delle produzioni, apparentemente opposte – l’una di matrice tipicamente industriale spiega lo spostamento sostanziale delle produzioni verso luoghi più convenienti; l’altra, maggiormente legata alla edizione tessile e alla “produzione d’idee” esplora il mondo alla ricerca di temi e di occasioni per interpretarli con il lessico stilistico italiano ma anche con una chiara connotazione etica. Due visioni diverse, egualmente valide e per aspetti diversi lungimiranti, per imprenditori che operano in anelli differenti della filiera. A un certo punto però tali visioni trovano un fondamentale punto di contatto. Quando si parla di ricerca e d’innovazione, di vera e propria sperimentazione, ciascuno dei nostri intervistati ritiene indispensabile operare direttamente sul territorio nazionale anzi, se vogliamo ancor più localmente, sfruttando una rete di imprese con la quale stabilire un dialogo stretto e continuo. Sembra ovvio, certo, ma ciò che lo è meno sta nella riflessione su quanto il tessile, come comparto di successo e di leadership internazionale, possa mantenere tawle primato senza un’effettiva e funzionante manifattura. Se la strada è quella di uno svuotamento progressivo dell’area industriale con un trasloco sempre maggiore verso altri lidi delle produzioni, riuscirà la ricerca a rimanere nelle nostre mani e a essere ancora il discrimine di superiorità (presunta) delle nostre collezioni? Onestamente non ne siamo troppo convinti. La teoria che si lasci ad altri Paesi il pallino delle produzioni mass-market o i grandi volumi mentre noi potremmo continuare a mantenere - con sussiego un po’ snob - le produzioni d’eccellenza e scintillanti luoghi di sperimentazione è affascinante e semplificatrice, ma poteva forse funzionare in un’epoca pre-tecnologica quando l’artigianato aveva un ruolo ben maggiore e le distanze qualitative tra produzioni industriali e non, più chiaramente percepibili. I computer permettono di accorciare i tempi della sperimentazione e dell’esperienza e il vero rischio per l’Europa non è il fatto che in una manciata di fabbriche tessili cinesi battono più telai che in tutto il nostro continente, ma che dalle università cinesi esce un numero moltiplicato per dieci di laureati rispetto al “Vecchio Mondo”. Se vogliamo poi mettere il carico da undici, diamo solo un’occhiata alle condizioni della ricerca e della formazione in Italia per capire che, senza la manifattura, anche “le idee” sono destinate rapidamente a prendere il volo. Così come stanno le cose diventeremo dei semplici commerciali, compratori che sceglieranno le altrui creazioni senza nessuna possibilità d’incidervi. Nessuna tentazione autarchica e revanscista vorrei che affiorasse da questo ragionamento, perché la storia c’insegna che il protezionismo ha sempre perso e che il mercato, in un sistema capitalista, ha il sopravvento, ma una sana e cosciente difesa della manifattura tessile, di sostegno a un comparto che potrebbe sparire nei prossimi anni, è un dovere del Paese nei confronti di quelle migliaia di lavoratori, imprenditori, artigiani, creativi e quant’altro che quotidianamente cercano di produrre qualcosa di originale e vincente. Oppure bisogna prendere atto serenamente che tutto diventa etichetta, commercio: in pratica, tanta forma e poca sostanza. Siamo disposti ad accettarlo ma, soprattutto, una volta tanto a non far finta di niente e dire chiaro e tondo le cose come stanno?Voi cosa ne pensate?
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